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NewsThank ENRICO RUGGERI. Le canzoni ai Testimoni.
![]() ENRICO RUGGERI "Le Canzoni Ai Testimoni". L'amour, la guerre L'anno è il 1980. Tu hai quattordici anni e stai guardando Sanremo. Quattordici anni è già un'età nella quale ti vergogni un po' a guardare Sanremo, anche se lo sta facendo tutto il resto dell'Italia. Poi, tra un Toto Cutugno, un Bobby Solo e un Peppino di Capri (che tu già chiaramente identifichi come brontosauri), appaiono questi quattro ragazzi, poco più grandi di te, con le camicie bianche e il cravattino nero stretto, che hanno un sound incredibilmente contemporaneo per una manifestazione del genere e che cantano un ritornello tartagliato. C-c-c-c-contessa. Tu non sei più lo stesso. Adesso ti rianimi, ti diverti e sei contento di averlo visto, alla fine, questo Sanremo. Nelle settimane seguenti cominci a informarti. Leggi che sono dei ragazzi di Milano (del Berchet, addirittura, gente reale, che va a scuola, come te), che provengono dalle ceneri di un gruppo punk e che quella contessa a cui si riferiscono sia in realtà Renato Zero (non hai mai saputo in seguito se tale notizia corrispondesse a verità, ma questa chiave di lettura del testo, il lamento di fan delusi verso una diva che si svende, ti conquista). Compi il passo fondamentale: compri l'album, e a quattordici anni, con un'economia personale basata su paghette, l'acquisto di un 33 giri è una scelta seriamente ponderata. Non te ne pentirai. "Vivo da re" è uno di quei dischi che resta nella tua storia musicale, uno di quei rari album miracolosi che a trent'anni di distanza continuerai ad ascoltare con entusiasmo. E' un disco che ti insegna anche delle cose. Che si possono fare scelte ardite nei testi, come far rimare la voce verbale "dice" col filosofo "Nietzche", che si può parlare di disagio esistenziale senza utilizzare quei tre accordi da cantautore impegnato che hai sempre detestato, ma utilizzando la base di un coro goliardico che intona "Tanti auguri" e che non sei il solo a provare una forte fascinazione estetica per l'ambiente sterilizzato dei supermarket. E' una raccolta di canzoni che, nella musica e nelle parole, trova una forte rispondenza con quello che stai vivendo. Ti rassicura, in qualche modo ti fortifica. Perché nella tua classe i tuoi compagni ascoltano il metal o Guccini, Dalla e De Gregori, le compagne Claudio Baglioni, tu non stai né da una parte, né dall'altra, stai in un altrove un po' solitario e finalmente trovi compagnia musicale. Così comincia la storia. Poi i Decibel si sciolgono, resta il cantante biondo a proseguire la carriera, col tempo perdendo prima il colore dei capelli, poi i capelli stessi, ma tracciando una strada musicale nella quale sei contento di seguirlo. Anche lui all'inizio ti sembra disorientato dalla perdita del gruppo. Per il primo album solista sceglie di recuperare la vecchia sigla punk di "Champagne molotov", un titolo che crea confusione biografica e che non incontra l'interesse che speravate (entrambi, autore e fan). Eppure a te il pop stralunato di "Senhorita" piace moltissimo e ti diverte la stranezza di un 45 giri con due lati B. Ma è una fase di passaggio. Con l'electropop del successivo "Polvere", l'incongrua commistione di una base quasi danzereccia su un testo così malinconico, Ruggeri compie un passo fondamentale. Comincia a trovare una sua posizione come atipico cantante pop italiano. Intanto assisti anche al suo evolversi come autore per altri: la folgorazione di "Tenax" col ritornello in latino, la ballata struggente ed epocale de "Il mare d'inverno". Qualcosa si muove, davvero. Ruggeri cresce e conserva il gusto un po' perverso di continuare a presentarsi al Festival, col vezzo di proporre canzoni popolari ma di un'altra levatura: prima il suono retrò di "Nuovo swing", il cui titolo sembra un ossimoro, poi il piglio da chansonnier con l'elegante "Rien ne va plus". Ora il talento è pienamente sbocciato, il nome di Enrico Ruggeri non è più roba per pochi ma un bene nazionale, persino da esportazione. E pure tu intanto, sei diventato grande. A quel punto prendete le vostre strade, fate le vostre scelte, destinati a perdervi e a ritrovarvi nel corso degli anni, come è giusto che sia nelle storie importanti. E a volte, sentendo i nuovi singoli per radio, non potrai fare a meno di ricordare con affetto i vostri trascorsi giovanili. Poi, fast forward, l'adesso: una batteria di giovani talenti, una nuova generazione di cantanti e musicisti, si riunisce intorno a un progetto collettivo. Celebrare le canzoni di Enrico, con Enrico. Ha tutto dannatamente senso. Perché è in certe strade che lui ha tracciato che poi sono sbocciati loro. Perché c'era già molto Dente in "Pernod", molto Boosta nel "Mare d'inverno", molto Bugo ne "Il lavaggio del cervello", molto Andy (ex-Bluvertigo ora Fluon) in "Polvere", moltissimi Serpenti in "Tenax". Lo stesso discorso vale per i Linea 77, gli Africa Unite, Diego Mancino, L'Aura, i Marta sui tubi, i The Fire, i Vanilla Sky e Mario Riso con Rezophonic e ovviamente (sentimentalmente) Andrea Mirò. Le canzoni passano dunque ai testimoni. Se c'è un processo, per te, come per loro, è un processo di riconoscenza.
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